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La rivalità lascia il segno nel cervello dei primati

Uno studio dimostra come la competitività maschile potrebbe essere la causa di un maggiore sviluppo dell'aggressività nel cervello dei primati.

Scimpanzè

Potrebbe esserci una relazione tra le differenze nello sviluppo del cervello delle femmine e dei maschi dei primati e il diverso livello di rivalità a cui i due generi sono sottoposti.

Secondo uno studio recentemente pubblicato, la causa si trova nelle diverse necessità competitive e sociali dei due generi.

L'ipotesi nasce dalla comparazione dei cervelli di 21 specie diverse di primati, tra cui anche gorilla e scimpanzé. Da essa emerge che i soggetti esposti a un maggiore livello di competitività maschile hanno una parte del cervello più grande dedicata all'aggressione e alla coordinazione. Viceversa, le specie nelle quali si ritrova un maggiore livello di socialità tra maschi e femmine hanno sviluppato cervelli più grandi e con maggiore capacità riflessiva.

L'ipotesi dei ricercatori è quindi che due fattori come la competizione per la propria condizione sociale e per l'accoppiamento abbiano potuto influenzare l'evoluzione del cervello dei primati. Aggiungono, inoltre, che le diverse tipologie di cervello emerse dalle differenze comportamentali tra i due sessi potrebbero rappresentare un fattore evolutivo presente anche nel cervello di altri mammiferi che sono venuti dopo i primati antropoidi.

Uno dei primi studi su questo fenomento risale all'inizio degli anni Ottanta, quando un gruppo di ricercatori aveva pubblicato una serie di informazioni sull'anatomia del cervello di 21 specie diverse di primati, tra cui anche gorilla, scimpanzé e macachi mulatti.

Per studiarne le caratteristiche, i ricercatori avevano sezionato i cervelli dividendoli in piccole parti, che avevano poi fotografato una per una evidenziando i limiti delle diverse strutture cerebrali che andavano identificando. Misurando le dimensioni di queste diverse aree, gli studiosi erano stati in grado di ricostruire le varie strutture presenti all'interno dei cervelli, e di calcolarne il volume.

Oltre venticinque anni dopo ha visto la luce lo studio recentemente pubblicato da un altro gruppo di ricercatori, guidato da Patrik Lindenfors, dell'Università di Stoccolma, in Svezia. Il loro obiettivo è stato quello di dimostrare che le differenze di sviluppo del cervello nelle varie specie di primati, che erano emerse nel vecchio studio dei colleghi, potevano essere spiegate attraverso differenze comportametali.

In particolare, Lindenfors voleva scoprire se le specie in cui era presente una forte competitività maschile presentassero caratteristiche del cervello uniche. L'idea era nata dal fatto che la competitività maschile tra i primati causa una grande differenza tra le dimensioni del corpo di maschi e femmine. Utilizzando questo fattore per determinare la presenza di competitività, il gruppo di ricercatori ha potuto sviluppare il proprio studio.

La ricerca si è svolta attraverso una complessa analisi statistica, nella quale si sono comparati i volumi delle diverse strutture del cervello con vari gradi di competitività maschile nelle 21 specie.

I risultati emersi hanno permesso di stabilire una connessione tra la competitività maschile e le dimensioni di quelle aree del cervello che attivano comportamenti aggressivi e coordinano il movimento, e che possono significare un vantaggio nel caso di aggressioni fisiche.

L'unico problema, come sottolineato da Lindenfors stesso, è che nello studio pubblicato negli anni Ottanta, sul quale si è basato il suo gruppo di ricercatori, non veniva specificato se il cervello proveniva da un primate maschio o femmina. Per questo ritiene che saranno necessari nuovi studi di verifica.

Infine, alla domanda se lo stesso fenomeno evolutivo potrebbe essere presente anche negli uomini, lo studioso afferma che il cervello degli esseri umani è troppo diverso e molto più complesso per poter stabilire dei paragoni.

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