A casa di Darwin

Sono passati sei mesi. Siamo in un’altra grande capitale. Ed è di nuovo estate, visto che ci troviamo nell’emisfero settentrionale e nel frattempo le stagioni si sono invertite. La capitale è Londra. Ma non sembra proprio di essere in estate. Ci sono pochi gradi sopra lo zero, piove di quella pioggia invadente e avvolgente, dalla quale non si riesce a ripararsi. Tipica di questi parti. Ci siamo messi addosso tutti i vestiti che abbiamo ma fa ancora freddo. In albergo il termosifone è acceso.

Pazienza, tanto oggi stiamo al coperto. Andiamo al Natural History Museum. È vicino all’albergo e quindi non avremo tempo di bagnarci né di raffreddarci troppo.

Non è la casa dove Darwin è vissuto, ma è quasi come casa sua. Di fatto lui troneggia in cima alla scalinata centrale della maestosa navata centrale, seduto su uno scranno di marmo bianco, il viso serio, la barba lunga, lo sguardo pensieroso, forse un po’ triste.

È un Darwin vecchio, alla fine della sua vita e della sua carriera scientifica. È un Darwin che ha segnato un’epoca ed è a lui e ai suoi colleghi scienziati dell’epoca che questo museo è dedicato. Anzi è stato costruito alla fine dell’Ottocento proprio in loro onore e in onore di una scienza che apriva porte mai varcate, spalancava orizzonti mai esplorati, prospettava un futuro grandioso per tutta l’umanità.

“In realtà Darwin non ha sempre avuto questa posizione d’onere in questo museo, — racconta Stephen Roberts, Nature Live manager del Museo. — Per un certo periodo era seduto al bar insieme al suo collega Alfred Wallace. Qui, in cima alle scale, c’era Richard Owen, un grande boss della scienza dei tempi di Darwin. Non si può dire che Owen e Darwin fossero amici… anzi litigavano di brutto!” Dal 2009, però, l’anno in cui si è festeggiato il 200 anniversario della nascita e i 150 anni della pubblicazione della sua opera più famosa L’origine delle specie, Darwin è stato ricollocato nella posizione che gli spetta.

“La collezione del Museo risale al 1500, ha raccolto oggetti che erano sparpagiati in varie istituzioni, principalmente dalla collezione Hans Sloane, e oggi ci sono più di 70 milioni di campioni. Darwin non era un collezionista… raccoglieva e si faceva mandare da viaggiatori in tutto il mondo, ma poi ridistribuiva ai suoi amici e non teneva per sé. Qui abbiamo un po’ campioni che ha portato dal viaggio in particolare dalle Galápagos, abbiamo un’importante collezione dei suoi libri e delle sue lettere… Altre cose sono a Cambridge. Ma facciamo moltissimi programmi su Darwin e l’evoluzione e io sono uno dei responsabili di questi progammi. Parliamo del suo lavoro, dei suoi viaggi, della vita e delle idee straordinarie, in particolare dell’evoluzione attraverso la selezione naturale. Il Darwin Centre, che è la parte inaugurata nel 2000, è il simbolo dell’attenzione che la nostra istituzione ha per questo scienziato e per la sua opera.”

Sotto di lui c’è Dippy, la replica dello scheletro di un dinosauro della specie Diplodocus carneglii, esposta al Museo nel 1905, la prima replica di dinosauro esposta al pubblico! È fatto di 356 calchi di ossa ed è un po’ il simbolo di tutta la collezione che arricchisce il museo. Se fai una donazione Dippy si illumina, se la donazione è consistente Dippy ti ringrazia con un potente ruggito.

L’edificio è enorme e sembra una vera e propria cattedrale. Ma una cattedrale della scienza. Anche le decorazioni delle colonne, i disegni delle vetrate alle finestre, tutto è ispirato alla natura… bestie, fiori, foglie… un simbolo di una scienza che era diventata il motore di un progresso inimmaginabile, iniziato con la Rivoluzione industriale nel secolo precedente e che ai tempi di Darwin, a metà dell’Ottocento, era ormai affermata.

La trasformazione della scienza nell’Ottocento è un processo che ha riguardato anche gli scienziati. Prima di allora, si diventava scienziati per hobby. Bisognava essere ricchi per poter praticare quella che era considerata una passione… ma non una professione vera e propria. Se facevi lo scienziato non solo non ricevevi uno stipendio! Ma dovevi spendere di tasca tua per attrezzare il tuo laboratorio, comprarti il necessario, finanziarti le eventuali spedizioni, acquistare libri e documentazione e pagare eventuali assistenti. Per risparmiare, come assistenti venivano spesso usate mogli, sorelle, figlie che non venivano pagate, e anche se spesso facevano un lavoro di prim’ordine (a volte molto superiore del titolare stesso!) non risultavano come autrici delle ricerche e nemmeno le si ricordava con un grazie.

Darwin faceva parte della generazione degli scienziati benestanti. Non ha mai dovuto guadagnarsi un soldo in tutta la vita perché appartente a una famiglia ricca. Anche il suo famoso viaggio intorno al mondo, durato quasi cinque anni che gli ha fornito le basi per tutta la sua ricerca successiva, è stato completamente finanziato dal padre, famoso e affermato medico. Ma alcuni dei suoi amici scienziati che l’hanno aiutato e sostenuto durante tutta la sua tumultuosa carriera scientifica, Thomas Huxley e il botanico Joseph Hooker, loro no. Loro avevano bisogno di uno stipendio. Ed è proprio in quell’epoca che si afferma la necessità dello scienziato come professione retribuita per persone dotate e appassionate, e non necessariamente ricche di per sé.

Ma il National History Museum non è solo un museo, è anche una grande e importante istituzione scinetifica, una dei centri di ricerca sulla biodiversità più importanti del mondo. Incontriamo uno dei 350 ricercatori, Tim, che ci accompagna nei sotterranei del Darwin Centre collegato al Museo dove sono conservati decine di migliaia di reperti animali provenienti da tutto il mondo messi sotto alcol o sotto firmalina. Scaffali e scaffali di mostriciattoli raggomitolati a testa in giù dentro i loro barattoli. Si sente in lieve odore di alcol… se aprissimo i barattoli, in poco tempo ci sentiremmo tutti male per le esalazioni. L’attrazione di queste sale è la piovra gigante, un mostro di otto metri… in realtà un piccolino per esere una piovra gigante, perché queste bestie possono raggiungere anche i 14-15 metri. Viene dall’Argentina ed è un campione rarissimo, anche se in natura devono essercene moltissimi perché nelle balene se ne trovano sempre i resti in abbondanza e devono anche essere abbastanza facili da catturare. Per gli umani invece sono inafferrabili: vivono negli abissi e appena vedono avvicinarsi una luce, anche lontana chilometri, come quella di un sottomarino, scappano… e così sono rimasti un mistero ancora oggi, impossibili da studiare nel loro ambiente naturale.

Ma a noi interessa qualcosa di molto più semplice. Una collezione di pesci… sono quelli che Darwin ha raccolto nella sua spedizione con il Beagle, e vengono dalle Galápagos. Li conservava nel brandy, che è una specie di liquore abbastanza alcolico… E doveva tenerli sotto chiave altrimenti i marinai si sarebbero bevuti tutto e i campioni sarebbero stati da buttare! Darwin non ha descritto lui stesso gli animali che conservava ma li mandava in Inghilterra all’Università di Cambridge, a scienziati amici e competenti nelle diverse branche delle scienze naturali, molti a Leonard Jenyns. Erano loro che descrivevano i campioni trovati, e se si trattava di una nuova specie trovavano anche un nome appropriato. E così ci sono decine e decine specie di piante e animali il cui nome porta l’appellativo Darwinii, cioè di Darwin, perché è stato lui a scoprirle anche se non a identificarle e a descriverle.

Usciamo dal Museo e non piove più. Uau!

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