Le vie del nucleare

SPECIALI – Indipendenza dai paesi fornitori di idrocarburi fossili, prezzi più bassi, maggiore disponibilità di energia. Ecco i possibili vantaggi economici che porterebbe il nucleare. L’Italia ha pensato al nucleare per ben due volte: la prima nel 1987 e la seconda nel 2011. Entrambe le occasioni sono finite con un “no” espresso a gran voce, complici due grossi incidenti avvenuti presso due centrali nucleari: Cernobyl (1986) e Fukushima (2011), due dei 14 incidenti avvenuti dal 1957 ad oggi.

Se questo è quello che ha fatto breccia negli animi della popolazione, in realtà i dubbi legati allo sviluppo dell’energia nucleare in Italia non si limitavano al timore di possibili incidenti. Le domande chiave da porsi sono quelle sulla provenienza delle materie prime, sulle strutture deputate alla produzione di energia, sullo smaltimento dei rifiuti.

Raro e prezioso

Se il petrolio è l’oro nero, l’uranio non è una ricchezza meno preziosa. Secondo una stima del 2009 infatti, dovremmo avere a disposizione uranio ancora per 1 secolo. Elemento principe per il funzionamento dei reattori nucleari, l’uranio è abbastanza comune sulla crosta terrestre (è 35 volte più diffuso dell’argento), ma non è distribuito in modo uniforme.
Stando al rapporto 2013 della Nuclear Energy Agency dell’OECD, nel 2012 nessuno stato membro si è impegnato però nell’allestire miniere per l’estrazione e la causa principale sembra essere il crollo del prezzo del materiale grezzo. Quindi anche se la produzione mondiale è aumentata del 6% tra il 2011 e il 2012, i maggiori contributi sono arrivati da Kazakhstan con 21000 tU, Canada (9000tU) e Australia (7000tU) che si attestano tra i maggiori siti di estrazione. Questi stati sono anche tra i primi per quanto riguarda il numero di miniere attive.

In Europa i maggiori produttori sono la Repubblica Ceca, la Romania e la Germania. L’Italia possiede solo 2 siti dove sarebbe possibile estrarre materiale radioattivo, ma in ogni caso la nostra produzione non risulta essere significativa.

Ma il viaggio dell’uranio non termina con la sua estrazione: una volta recuperato dal terreno deve infatti essere trasformato in uranio arricchito. Infatti l’uranio estratto in natura ha una bassa percentuale di U235 ma è proprio quest’ultimo ad essere usato nel corso della reazione di fissione nucleare.

I centri per la lavorazione dell’uranio sono presenti nei paesi OECD e in Europa la produzione nel 2012 è stata addirittura eccedente, cosa che ha favorito l’esportazione di uranio arricchito nel Nord America e nel Pacifico. Anche la lavorazione ha però i suoi costi: 1 kg di uranio nel giugno 2013 costava 835 € e poi servivano 60 € per la conversione e 630 € per l’arricchimento.

Dai paesi di produzione, l’uranio prosegue il suo viaggio verso gli impianti capaci di utilizzarlo per produrre energia. Secondo la World Nuclear Association, sono 20 milioni le consegne di materiale radioattivo eseguite ogni giorno nel mondo, ma non tutte sono legate alla produzione di energia. Le vie preferenziali sono le strade pubbliche, le ferrovie e le navi.

Le centrali nucleari

In Italia sono solo 5 gli impianti non funzionanti costruiti per produrre energia con il nucleare. Nel mondo se ne contano 435 operativi nel 2014 e altri 70 in costruzione. Per il 2030 invece 60 di quelli che ad oggi sono funzionanti verranno chiusi, mentre per altri 173 è già stata pianificata la costruzione. Anche se l’OECD stima che il prezzo per la costruzione e la gestione di un impianto nucleare sia duplicato dal 1990 al 2009, per molti stati è ancora vantaggioso produrre energia con questo sistema.

Il tasso di costruzione è però calato. Confrontando i dati dal 1964 al 2012, il picco massimo nella costruzione dei reattori si registra nel 1985, un anno prima dell’incidente di Cernobyl che segna il passo della curva.
Lo stato con più reattori attivi sono gli Stati Uniti con 104 centrali, seguito dalla Francia che ne ha 58. E infatti in Francia l’energia nucleare ha coperto nel 2012 il 78% dell’energia prodotta a livello nazionale. Seguono la Repubblica Slovacca e il Belgio che sono sul 50% della produzione.

E i rifiuti dove li metto?

Una volta usato, l’uranio non smette di dare problemi. Un reattore grande produce in un anno 25-30 tonnellate di rifiuti, capaci di conservare la radioattività per milioni di anni. Il materiale in genere viene conservato in siti sicuri, dove la radioattività può in parte decadere, e una volta giunti a questa fase i rifiuti vengono processati.

A tante centrali non corrispondono altrettanti impianti di smaltimento: sono 158 quelli capaci di stoccare il materiale e solo 78 quelli capaci di processarlo.
Nel 2012 sono stati prodotti 61 milioni di metri3 di rifiuti e la porzione di territorio che li ospita è soprattutto il Nord America e molti di questi rifiuti sono a un livello basso o intermedio di pericolosità.

E l’Italia? A livello nazionale sono previsti 26 mila m3 di rifiuti per il 2013, da suddividere in una dozzina di punti di raccolta. Da piccoli utilizzatori anche noi facciamo la nostra parte nella catena dell’uranio.

Elaborazione grafica a cura di Cristina Da Rold

Crediti immagine: Roberto Uderio, Wikimedia Commons